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Pre.Si.Dio AKS Forlì augura a tutti, vecchi e nuovi allievi un profiquo e divertente A.S. 2017/2018!!!

AD MAIORA!!!

 

 

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La vicenda di Ulisse, riletta in chiave orientata alla riflessione sui limiti di giustificazione dell’agire umano, ci fa soffermare sul tema del quanto sia lecito, in termini di relazione, spingersi sulla strada dell’ irremovibile desiderio di ampliare l’orizzonte delle proprie conoscenze, senza con ciò infrangere altri valori di pari se non superiore dignità.
Ulisse, Sovrano di Itaca e, dunque, uomo al quale era stato attribuito dalla Sorte grande ed indiscutibile potere, decide ad un certo punto della sua esistenza di abbandonare tutto, Padre, Figlioletto, Moglie, per assecondare la sua brama di conoscenza; ci ricorda il Divino Poeta: “quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse/me più d’un anno là presso a Gaeta,/prima che sì Enëa la nomasse,/né dolcezza di figlio, né la pieta/del vecchio padre, né ‘l debito amore/lo qual dovea Penelopè far lieta,/vincer potero dentro a me l’ardore/ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto/e de li vizi umani e del valore” (canto XXVI); a prescindere, dunque, dal fatto che la conoscenza non sempre ci conduce verso virtù, ma talvolta verso “vizi”, dei quali è bene percepire l’esistenza e quindi evitare, Dante ci conferma che il desiderio “ad oltranza”, la bramosia, oserei dire, di conoscenza, ci conduce inevitabilmente a distacchi dolorosi, essendo per sua stessa natura “incompatibile” con il mantenimento delle relazioni che la ostacolano; tanto più evidente diviene tale incompatibilità quanto più ci troviamo in posizione di “potere”, risultando in tal caso molto più visibile e perciò enfatizzata detta incompatibilità.
Ulisse, dunque, sacrifica tutto quanto aveva fino a quel momento “patrimonializzato” sull’altare della conoscenza, o meglio di ciò che Egli ritiene “conoscenza” ma che poi si rivelerà invece non tanto “conoscenza” quanto piuttosto “sfida”; TUTTO: amore paterno, amore filiale, amore coniugale; ma per di più perde inesorabilmente anche il potere che fino a quel momento la Buona Fortuna gli aveva riservato; la sua casa viene invasa dai tracotanti Proci e per lunghi anni gettata nel completo disordine ed anarchia; dovrà faticosamente riconquistarne il dominio al suo ritorno.
Ma non basta: Ulisse non è pago di ciò; insiste, si ostina e dunque, una volta uccisi i Proci, riparte verso terre lontane, ai confini del regno di Poseidone, oltre le Colonne d’Ercole. Si lascerà incantare dalle Sirene, che promettono falsa felicità che nasconde invece l’insidia, subirà umiliazioni, giungerà ad una terra dove non si conoscono il mare e le navi (simbolo di libertà) e dove non si condiscono i cibi col sale (simbolo di prosperità); scambierà il Suo remo di per un ventilabro.
Compirà il suo ultimo estremo gesto di competizione: affronta l’ultimo viaggio, l’ultima sfida oltre le Colonne d’Ercole. L’impresa si conclude con il naufragio e culmina con la morte dell’eroe greco con tutti i suoi compagni.
Ora, è vero che Ulisse in sé non può essere considerato un personaggio mitologico negativo; ma è anche vero che alla fine negativo lo rende non il suo desiderio di progredire, ma la sua incapacità di distinguere la conoscenza autentica da quella fallace, senza avvertire il senso del limite che a ciascuno di noi è imposto, quale imperativo categorico, in considerazione delle circostanze di età, di tempo e di luogo, di persone, di contesto e anche solo di edonistica valutazione dei risultati in termini di costi/benefici.
Ed, in fondo, è forse solo questo che dà senso compiuto alla nostra esistenza: percepire il limite oltre il quale non è consentito spingere il nostro agire.

Giovanni Lauricella

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La quaglia (coturnix coturnix) è un piccolo volatile con piume marrone chiaro, corpo tondeggiante e privo di coda.
E’ questo un uccello che ha caratteristiche notevolmente diverse dagli altri; tale diversità viene particolarmente in risalto in occasione dellamigrazione.
La migrazione della quaglia, infatti, avviene con modalità affatto differenti da quelle degli uccelli nobili: prima del viaggio le quaglie non hanno l’uso di raggrupparsi, e ciascuna si mette in cammino senza curarsi delle altre: solo per la breve traversata vera e propria si riuniscono in sparuti gruppi. Una volta poi giunte a destinazione, date le loro scarse capacità fisiche e cerebrali, si abbassano per precipitare, stremate, al suolo in una mortale stanchezza. Qui le povere creature giacciono come sbalordite e quasi incapaci di muoversi, e occorre parecchio tempo prima che riescano a mettere nuovamente in esercizio gli spossati muscoli: tant’è che – in genere – ciascuna cerca la sua salvezza correndo a cercarsi un rifugio, impossibilitata ad alzarsi nuovamente in volo. Ed è qui, dunque, che si manifesta la vera natura della quaglia: un essere che immagina di volare in alto, ma invero è costretto, per la sua infelice natura, a zampettare miseramente per terra, cercando rifugio nei pertugi più cupi che meglio si adattano alla sua inettitudine. Qui le quaglie sono destinate a sopravvivere a stento, saltando qua e là senza un preciso disegno: qualsiasi rifugio che la allontani dalla sua stessa inconcludente incertezza è buono per la quaglia; ma essa, purtroppo, arrivata a quella che ritiene essere la sua destinazione, non sa più volare e, dunque, non le resta che giocare la sua ultima carta: il salto della quaglia, appunto, che tuttavia, stante la sua goffaggine ed incapacità, non le servirà ad assicurarsi una esistenza dignitosa né a riscattarsi dal suo unico destino: soccombere, scomparendo a poco a poco dalle regioni nelle quali è giunta.
E’ evidente, allora, che la quaglia nulla ha di nobile e nessuna qualità possiede: non la prestanza fisica, non l’armoniosità dei movimenti, che anzi risultano tra i più goffi e inefficaci, non l’intelligenza, tant’è che la sua unica strategia è – appunto – il suo miserevole ed inutile salto da una tana all’altra, in una inconsapevole folle corsa verso il suo ineluttabile quanto disperato destino: essere costretta, per tentare di sopravvivere, a svolazzare rozzamente rasoterra, illudendosi di essere un’aquila.

Giovanni Lauricella

In una delle più belle villette sita lungo il lungomare Carducci, in Cesenatico, risalta la seguente iscrizione datata MCMXIV:
Caudam quisque suam quatit insipienter asellus non secus ac vulgi lingua agitatur iners”.
Il fenomeno non è nuovo.
Invero anche nell’antica Roma il filosofo Lucio Anneo Seneca si era già posto l’interrogativo, nel suo celebre scritto De Constantia Sapientis, su quale dovesse essere la reazione della persona assennata a fronte dell’ingiuria e della contumelia dell’uomo insulso.
Al riguardo riporta un simpatico aneddoto sul ceffone ricevuto da Catone in pieno Foro da parte di un suo rivale, a fronte del quale il politico non manifestò alcuna reazione.
Interrogato sul perché della sua noncuranza, egli molto serenamente rispose che il medesimo contegno avrebbe tenuto a fronte del calcio di un asino; l’asino, infatti, non ha colpa di essere asino e, quindi, non ha neppure colpa della propria ignoranza, perché di questa nemmeno è consapevole.
L’ingiuria dell’asino, dunque, non reca offesa, perché l’ignoranza non oltrepassa i propri limiti e, dunque, non conosce se non che di se stessa. La logica infatti ci enuncia il “postulato di non contraddizione”; per cui, se è vero, come lo è, che ignorare è meno che sapere, è necessariamente anche vero che l’ignoranza non può che conoscere se non che dell’ignoranza, e mai potrà oltrepassare la soglia della conoscenza.
E’ dunque non l’insulto dell’asino, bensì il suo elogio che può arrecarci offesa ed al contempo atterrirci, perché se l’asino ci elogia è evidente che ci considera al suo pari e, così, di fronte all’elogio dell’asino, dovremmo interrogarci se non abbiamo commesso qualche errore.
Al contrario l’ingiuria dell’asino, così come la contumelia del meschino, ci lascia del tutto indifferenti, perché questi agita insipientemente la sua lingua così come l’asino agita vacuamente la sua coda.
Se quindi recare ingiuria, come ritiene il Filosofo, è proprio degli uomini deboli, effeminati, presuntuosi ed insolenti, specularmente sentirsi toccati dall’offesa di questi miseri dimostrerebbe di non avere senso della misura né carattere, e ci renderebbe loro simili.
Chi è consapevole del proprio valore, dunque, non ha altra possibilità se non che utilizzare la più intangibile tra le virtù: l’indifferenza; e non curarsi del raglio dell’asino perché, come insegna Esopo, le persone intelligenti non disprezzano nessuno.Giovanni Lauricella

 

 

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